Coronavirus e privacy

Una riflessione sull’uso distorto e pericoloso di social network e chat nell’inutile e intollerabile caccia all’untore da coronavirus. Privacy minacciata, intervengono gli avvocati

Comunicare al tempo del coronavirus per primi e a tutti i costi sulle chat, nel desiderio – neppure tanto celato – di scovare l’untore da mettere alla gogna violando la privacy. Sputtanarlo, proprio così e usiamo le parole giuste, nell’ipotesi che il malcapitato sia lo sprovveduto di turno capace – anche suo malgrado – di contagiarci tutti a causa di un suo errore, presunto.

Partendo dal presupposto che gli incoscienti affetti da covid-19 esistano sul serio e che le cronache riportino (con aderenza ai fatti e rispetto della privacy) casi di chi ha mostrato di non valutare il pericolo cui espone gli altri e sé stesso, questo non autorizza i leoni da tastiera a: 1) comprimere o minacciare del tutto la tutela della riservatezza; 2) enfatizzare o addirittura creare casi con malati che sono immaginari nella testa degli autori della fiction da pandemia.

Sì, perché a fronte dell’emergenza coronavirus in atto, basta un attimo a violare la privacy per ricostruire storie fantasiose – frutto della paura e dell’ignoranza – da dare in pasto alla rete. L’onda lunga dei social network e delle chat farà tutto il resto, ingigantendo in modo sesquipedale un desiderio (anche inconsapevole) di delazione che è fomentato, diremmo in Sicilia, dalla “mancanza ò cchiffàri” (nothing to do, in inglese).

Il tempo, abbondante, sta dalla parte di chi, tra un bel film in streaming, una prestazione da chef-in-house e una lodevole cantata sui balconi, anima la caccia all’untore in chiave social: si parte dal “sentito dire” e si scatena, grazie a detective improvvisati, la ricerca in rete che metterà in relazione coronavirus e privacy.

Facebook e Instagram sono gli scompartimenti dell’Orient Express sul quale viaggiano le nostre vite, i ricordi, le relazioni amicali e parentali e, soprattutto foto. Tante foto. Un treno che grazie alla quarantena forzata e alla mancanza di relazioni frontali, si allunga di vagoni pregni di informazioni. Immagini e screenshot diventano l’allegato-prova per supportare l’investigazione e quindi la caccia all’untore a mezzo di sgrammaticati messaggi testuali o interminabili messaggi vocali dal sapore ansiogeno.

Clic, tap e invio. Come dire: “Eccolo/eccoli… sono loro”, “esistono sul serio”, quindi la notizia sarebbe vera (?) in quanto supportata da nomi, cognomi, ragione sociale delle aziende in cui lavorano gli stessi soggetti coinvolti e, cosa ancora più intollerabile dalla ricostruzione dei legami parentali fatta utilizzando foto che ritraggono anche minori.

Strano e intollerabile modo di battere il martello ed emettere la sentenza a danno degli incolpevoli protagonisti di un orribile trastullo. Gli avvocati penseranno a tutto il resto.

di: Salvo Falcone

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